La curatrice di Arena – Video and Beyond, la nuova sezione del festival che esplora le modalità di storytelling più all’avanguardia al limite tra fotografia, video e installazione, ci ha spiegato cos’è un progetto transmediale, gli aspetti più interessanti del settore, sfide e soddisfazioni.

 

Raccontaci Arena, sezione che curi insieme ad Amber Terranova e novità dell’edizione 2018 del festival.

In passato ho avuto spesso il piacere di lavorare con Arianna Rinaldo, la direttrice artistica di Cortona On The Move, in occasione di altri festival e per alcune pubblicazioni. Con lei, negli ultimi due anni si era spesso parlato della possibilità di mettere in mostra progetti che vanno oltre il medium fotografico.

Da dieci anni mi occupo di supportare i fotografi nella curatela, edit e produzione di video e installazioni ad-hoc, e la creazione di una piattaforma di mostra a carattere ricorrente nel contesto di un festival per questo tipo di lavori mi stava molto a cuore.

La sezione è stata elaborata in collaborazione con il festival. Abbiamo deciso che il programma si sarebbe concentrato sul video, lasciando la porta aperta ad altri formati come la data visualization e la VR, che aggiungono ulteriori livelli alle immagini fotografiche e in movimento. Rispetto alla videoarte e al documentario pensato per la trasmissione di massa, i lavori video realizzati dai fotografi si distinguono molto per qualità narrativa e densità: sono ben ricercati e costruiti, con molta attenzione alla composizione formale dell’inquadratura. Spesso sono prodotti concepiti per essere di breve durata, non tagli brevi di produzioni più lunghe come succede spesso nel cinema.


Come si intraprende un processo di selezione per una mostra? Nello specifico, cosa ti ha ispirato nella selezione dei lavori per Arena?

Ogni anno vedo tantissimi video prodotti da fotografi: tutto sta nel creare un mix interessante tra autori che conosco e seguo da anni, autori che scopro facendo ricerca e autori che scopro per caso. Il lavoro mi porta a vedere contenuti provenienti da ogni dove; ad esempio di recente partecipando alla giuria di un premio ho scoperto un fantastico progetto di Sheng-Wen Lo, sugli degli orsi bianchi in cattività. A volte sono i colleghi stessi sparsi per il mondo (curatori, addetti alla programmazione cinematografica, artisti…) che ci segnalano progetti interessanti.

Riguardo la selezione per Arena, non potevamo astrarci dal presente momento storico, quindi abbiamo deciso di concentrarci sull’idea del diverso, su come noi esseri umani ci siamo fatti del male imprigionando, alienando e inquinando tanti esseri viventi – incluso altri esseri umani – senza ascoltare quello che avevano da dire. C’è davvero molto da dire ma sono soddisfatta della selezione e spero che gli spettatori abbiano tanto su cui riflettere.

Dominic Bracco II, from ‘Paso del Norte’

Cos’è il giornalismo transmediale? Che differenza c’è tra transmediale e multimediale?

Fare giornalismo transmediale significa creare narrative multipiattaforma (film, performance live, libro, ecc), mentre multimedia significa usare diversi media in uno stesso formato.

Ma alla fine multipiattaforma, multimediale, transmediale, televisione, editoria, installazione… Sono solo parole. L’importante è avere una storia da raccontare, decidere che forma essa debba prendere e quali siano le piattaforme migliori per raccontarla. Il resto è tutta logistica.

Questo è un momento d’oro per il giornalismo visuale. Tantissime foto e video vengono prodotte ogni giorno, e il giornalismo tradizionale si trova sempre più limitato nel suo approccio comunicativo se non si avvale di un supporto visivo. Va anche considerato che, in un’epoca di fake news, dove i media sono visti con sfiducia, i contenuti visuali godono di una reputazione migliore rispetto al testo scritto. Non è una situazione ideale, ma è così. D’altra parte, questo crea nuove opportunità per il giornalismo visuale: c’è la possibilità di lavorare su narrative più complesse e significative avviando collaborazioni con scrittori, curatori e altri giornalisti, introdurre elementi di data journalism, eccetera.

Queste narrative complesse non possono essere sostenute solo dal settore editoriale, è necessario trovare altri mercati che possano sostenere la produzione. C’è da dire che, a causa della desolante situazione politica in cui viviamo, oggi tutti nel settore dell’intrattenimento vogliono mettere bene in chiaro da che parte stanno; i veri storyteller che aiutano a convogliare questo tipo di messaggi sono quindi molto richiesti.


È difficile trasporre in mostra un progetto multi-piattaforma?

Se il progetto è buono e funziona su molti livelli allora non è difficile trasporlo in mostra. La vera sfida è ridurre e scegliere i contenuti che funzionano nel contesto espositivo, lasciando il resto allo schermo cinematografico o a un libro.

Louis Quail, from ‘Big Brother’


Cosa hai imparato dalle mostre che hai curato in tutti questi anni?

La lezione più importante l’ho imparata da “Projections of Reality”, la grande mostra di video e contenuti interattivi creati da fotografi che abbiamo curato nel 2010 con Jamie Wellford. Non sapevamo come spiegare il tipo di esperienza che volevamo creare, una mostra di lavori sperimentali creati da giornalisti visuali, cose che a quel tempo circolavano solo online. Scrivendo il concept per il comunicato stampa ci siamo concentrati sul concetto di innovazione, nuovi strumenti e piattaforme: tutte cose che alla fin fine non sono davvero interessanti per il pubblico. Sono tutte cose da back-end, come direbbe uno sviluppatore web, che risultano interessanti solo per noi del settore. Alla gente interessano le storie, la gente vuole sapere di cosa parlano i lavori in mostra.  Quando ho visto che i visitatori restavano in mostra per ore perché erano conquistati dalle narrative ho capito che dovevamo concentrarci sul vendere le storie e non sugli aspetti pratici di realizzazione.


Ci racconti cosa fate a Screen, la casa di produzione di visual storytelling di cui sei fondatrice?

Negli ultimi anni abbiamo lavorato con molti artisti di talento, che vengono dalla tradizione del giornalismo e si avventurano in campi oltre la fotografia e il video: siti internet interattivi, installazioni multimediali, VR, film, teatro, e altro. Molti di questi progetti sono difficili da finanziare e da collocare, a metà tra mercato cinematografico, editoriale e artistico. In quest’ottica, la nostra missione consiste nel supportare la rete di storytellers che cerca di allargare i confini del documentario visuale e di raccontare storie complesse costruite su molti livelli.

Portare i progetti a compimento è un lavoro di anni, cosa che li avvicina di più a delle produzioni cinematografiche o alle opere d’arte. Se si vuol realizzare un progetto diverso, educativo, significativo, per un pubblico il più ampio possibile, allora non ci sono scorciatoie. Tra i progetti che abbiamo prodotto negli ultimi due anni, quello più emozionante ed elaborato è sicuramente “Flint is a place” di Zackary Canepari, una serie di episodi cross-piattaforma che racconta la cittadina di Flint, nel Michigan. Cito anche “The Backs of Men” di Dominic Bracco, una trilogia ibrida tra realtà e finzione che esplora le radici del fenomeno migratorio tra America Latina e Stati Uniti.

“Flint is a place” è composto da un sito web interattivo, un’installazione, dei corti e un libro, ed è stato realizzato grazie al lavoro di molte persone. La fase di realizzazione ci ha insegnato tanto, siamo felici che il progetto stia circolando molto nei festival cinematografici e fotografici e che stia guadagnando consensi nel mercato, incluso i Webby award. Con Dominic abbiamo cominciato a presentare il primo pezzo del progetto, The Northern Pass, una performance teatrale e istallazione su Ciudad Juarez.

Nei progetti, il nostro ruolo è fornire direzione creativa e produzione esecutiva, cominciando dal concettualizzare il soggetto con l’autore, capire come aggiungere i mercati idonei per il tipo di prodotto, creare un team di produzione, cercare fondi e licenze, creare una strategia di comunicazione e distribuzione e curare le esibizioni/installazioni finali. In altre parole, ci occupiamo di produzione a tutto tondo e impariamo facendo.

Ma ci tengo a precisare che tutti questi progetti incredibili sono resi possibile solo grazie all’immensa cura e passione per le storie dei loro creatori stessi.

Phyllis Dooney, from ‘Gravity is Stronger Here’

Katia Repina, from ‘I Don’t Need to Know You’


Come hai cominciato a lavorare con questo tipo di prodotti sperimentali?

Credo sia stato perché vedevo molti lavori che necessitavano di supporto in produzione: fotografi, videomaker, scrittori, attivisti che avevano un’ottima storia ma ancora poche idee su come presentarle e su come trovare i mezzi e la squadra per produrla.

Oggigiorno è davvero possibile creare lavori profondi ed emozionanti usando la giusta combinazione di mercato e risorse. Vogliamo trasmettere quest’idea agli addetti al settore, e lo facciamo organizzando workshop e programmi di curatela proprio come Arena. Negli ultimi due anni abbiamo organizzato un paio di Producton Labs; molti dei progetti che hanno partecipato sono stati pubblicati, messi in mostra, e altro.  Per nominarne alcuni:

Gravity Is Stronger Here, una collaborazione creativa tra la fotografa Phyllis B. Dooney e la scrittrice-poeta Jardine Libaire. Il progetto si compone di un libro, dei corti e un’installazione, risultato di un documentario di cinque anni sulla vita di una famiglia sudamericana molto dinamica

Big Brother di Louis Quail, un ritratto intimo del fratello dell’artista affetto da schizofrenia che racconta la crisi delle istituzioni di salute mentale. Il progetto è diventato un libro, un video e presto sarà anche una performance.

I Don’t Need To Know You di Katia Repina e Luca Aimi, un progetto transmediale collaborativo che racconta un viaggio attraverso la Catalogna, che è diventato un corto e un’installazione video.

 

Arena – Video and Beyond è una nuova sezione del festival Cortona On The Move che espone video sperimentali, installazioni e opere transmediali, realizzate da fotografi che lavorano all’incrocio tra fotografia, film e tecnologia. La nuova sezione è curata da Liza Faktor e Amber Terranova di Screen.

 


Cover image: Phyllis Dooney, from ‘Gravity is Stronger Here’

kublaiklan

kublaiklan

kublaiklan è un collettivo che realizza progetti curatoriali, educativi e di comunicazione in ambito fotografico. I membri (Rica Cerbarano, Francesco Colombelli, Laura Girasole, Aleksander Masseroli Mazurkiewicz e Marco Spinoni) si sono conosciuti nell'ambito del Festival internazionale di fotografia Cortona On The Move.