Abbiamo parlato di World Press Photo e di fotografie che fanno la storia con Alessia Glaviano, la senior photo editor di Vogue Italia.

 

Ciao Alessia! Tra pochi giorni verranno annunciati i vincitori del World Press Photo 2018. È un’istituzione che tu conosci bene, hai anche fatto parte della giuria della sezione Portraits nel 2015.

Già! Ho grande stima di quello che fanno, e di loro come organizzazione. Ho avuto modo di conoscerli e di stare con loro, è davvero gente molto seria, molto professionale, gente che ci crede veramente.

 

Però ogni anno c’è chi ha qualcosa da ridire.

Mi spiace che quest’anno ci siano poche donne, e che la gran parte dei progetti selezionati sia di reportage abbastanza classico. Ma devo dirti la verità: ben vengano le critiche costruttive, però spesso non lo sono affatto!  Le immagini di news sono qualcosa di cui fruiamo tutti ogni giorno, senza pensarci troppo. E poi arriva la stagione del World Press Photo, e all’improvviso tutti hanno qualcosa da ridire su immagini che hanno usato tranquillamente fino al giorno prima. Mi innervosisce vedere la gente scagliarsi contro l’organizzazione, che secondo me è inattaccabile in quello che fa. Tra l’altro la scelta finale spetta alla giuria, e il comitato WPP ce la mette tutta per renderla il più rappresentativa e inclusiva possibile.

 

Opinioni a caldo sulla selezione di quest’anno?

Sono stati selezionati dei lavori molto belli, come sempre. Della categoria People mi piace molto il lavoro di Anna Boyiazis, quello sulle ragazze di Zanzibar che imparano a nuotare.
Riguardo alle altre categorie, mi piace l’immagine del nostro Giulio di Sturco, e quella di Alessio Mamo. Poi c’è la categoria Environment, che quest’anno ha una selezione di lavori davvero potente.

 

E la categoria foto dell’anno?

Sono tutte immagini valide e molto potenti. Personalmente, ho un debole per le fotografie non facilmente leggibili. È parte di me, è anche una caratteristica che ho portato come membro della giuria nel 2015. Quindi… Sono più incline verso Adam Ferguson, dato che la sua foto è un po’ più mediata. Però le immagini di Prickett hanno molta forza.

© Adam Ferguson


Ma, secondo te, una foto forte ed esplicita riesce davvero a catturare l’attenzione del pubblico?

A mio parere, i lavori riflessivi e a lungo termine sono quelli che riescono a fare davvero la differenza nell’attirare l’attenzione del pubblico. Penso a lavori documentaristici diversi dal solito, che includano anche parti creative o di staged photography.
Però attenzione, non è che si possa fare a meno delle immagini di news! Le immagini di news sono fondamentali per sapere cosa succede nel mondo. Insomma, sono tipi di lavoro che non si escludono a vicenda: sono generi di fotografia diversi, con funzioni diverse.

 

Poi ci sono quelle foto che diventano delle icone, che si fissano nella mente dell’osservatore. Ma sembrano essercene sempre meno.

È vero, ce ne sono sempre meno, e per diverse ragioni. La prima è sicuramente la quantità eccessiva di news a cui siamo sottoposti. Non è una faccenda solo di immagini: non riusciamo a sedimentare neppure le informazioni, sono troppe, siamo bombardati. Le ultime immagini icona che mi vengono in mente sono le foto delle torture ad Abu Ghraib. Dopo quelle, c’è stato il deserto.

 

Cosa rende quelle immagini iconiche?

In quel caso c’è stata una sovrapposizione tra la natura dello scandalo, puramente etico, e il tipo di immagini, così grezze. Però ci tengo a precisare che un’immagine non diventa iconica perché è scattata in un certo modo…Quello che fa la differenza è il soggetto di cui si parla, è  l’importanza dell’evento in questione, è quell’unione di circostanze che raccontano qualcosa di un preciso momento storico. Pensa al “falling man” dell’11 settembre, ad Alan Kurdi…Ma il soggetto non dev’essere per forza un evento tragico, vedi quel famoso selfie tra star di Hollywood scattato agli Oscar dell’anno scorso.

 

Un fotografo che è riuscito a scattare foto iconiche è…

Andreas Gursky, lui condensa la storia in un’immagine. Tra 50 anni, chi guarderà le foto di Gursky capirà qualcosa della nostra società attuale.

 

Torniamo al World Press Photo. Prima dicevi che ti dispiace che quest’anno la selezione includa così poche donne. Perchè non riusciamo a rimuovere questa disparità di rappresentazione? La maggior parte degli studenti di fotogiornalismo sono donne, così come tantissime photo editor e professioniste del settore… Penso al photo desk di Vogue Italia, quasi tutto al femminile.

Purtroppo la nostra società è ancora strutturata attorno a canoni maschilisti. C’è ancora chi crede che una donna non possa andare in prima linea… E invece ci sono fotografe come Lynsey Addario o Anastasia Taylor-Lind che lo fanno, e lo fanno alla grande. Non sono solo le donne a essere sottorappresentate, purtroppo sembra ancora prevalere il “white male”. Però, poco a poco, le cose stanno cambiando. Penso ad esperienze come quella di Daniella Zalcman e il suo progetto Women Photograph, o al lavoro di sensibilizzazione che sta facendo James Estrin sul New York Times. E, grazie ai social media, i frutti di questo lavoro si raccolgono in minor tempo rispetto al passato.

© Alessio Mamo


Com’è stata la tua esperienza in giuria nel 2015?

È stata una bellissima esperienza, mi ha arricchito molto. Ho lavorato con colleghi che occupano posizioni chiave nel mondo della fotografia, ed è stata una fantastica occasione di confronto. Anche quasi esagerato: ricordo liti pazzesche fino alle due di notte con Donald Weber (adoro Donald, in realtà pensiamo le stesse identiche cose, ma lui è più concettuale). Ricordo discussioni impegnative, orari pazzi, e tantissimi bei momenti. Il team di WPP ci mette una serietà e una passione incredibile.

 

Come vedi evolvere il premio nei prossimi vent’anni?

Secondo me punteranno sul video e sull’educational. Ne hanno parlato molto, e spero lo facciano per davvero. Poi mi auguro di vedere più creative storytelling, storie di fotografia documentaria raccontate con approcci creativi. Spero anche che perseverino nel loro sforzo di assicurare una rappresentazione il più ampia possibile, il ruolo del WPP è davvero centrale in questo: in un momento in cui tutti possono parlare, la voce di chi ha esperienza e si è guadagnato rispetto diventa sempre più importante.

 

Quest’anno Photo Vogue Festival tornerà per la terza edizione: raccontaci il festival, sfide e soddisfazioni più grandi.

Con Photo Vogue, vogliamo aprire un dialogo tra diversi generi fotografici. Un punto di forza del photodesk di Vogue Italia è che ci interessa la fotografia a 360 gradi, dal reportage alla moda. Il festival vuole raccontare la fotografia di moda come linguaggio che si allaccia e si contamina con gli altri generi. Le soddisfazioni sono molte, una di queste è stata creare un un punto d’incontro per tutti i PhotoVoguers del mondo. La sfida è il tempo: in redazione siamo molto impegnati, vorrei avere la possibilità di dedicare più energie al festival.

 

A proposito di festival, sei stata a Cortona On The Move come lettore portfolio nel 2015. Un ricordo?

Sicuramente la gran convivialità! Cortona On The Move è un festival giovane, in una piccola cittadina, quindi si creano tante situazioni in cui si riesce davvero a parlare con la gente e a confrontarsi… Mi piace!

 

Grazie Alessia!

 

 

Alessia Glaviano, senior photo editor di Vogue Italia e web editor di Vogue.it, è una figura di spicco nel panorama della critica fotografica internazionale. Oltre ad avere curato una serie di interviste ai Maestri della fotografia per il sito di Vogue Italia, diventata un cult per tutti gli appassionati di immagine e trasmessa anche sul canale Sky Arte, Alessia Glaviano è anche responsabile del canale PhotoVogue, una piattaforma innovativa in cui, con la curatela di Photo Editor di professione, gli utenti possono condividere le proprie fotografie. Sotto la direzione di Alessia Glaviano PhotoVogue ha raggiunto oggi più di 150.000 fotografi iscritti da ogni parte del mondo e avviato una collaborazione con la prestigiosa agenzia internazionale Art & Commerce, che rappresenta alcuni fra i più grandi fotografi di moda fra cui Steven Meisel, Sølve Sundsbø, Paolo Roversi e Patrick Demarchelier. Per Condé Nast Alessia è responsabile della direzione artistica di eventi e mostre per Vogue Italia. Alessia affianca la sua attività editoriale all’insegnamento nei corsi Master dello IED di Milano, e tiene regolarmente lecture e conferenze. Tra gli altri è stata ospite dello IED, della Bocconi e del Politecnico di Milano. Alessia Glaviano ha partecipato come giurata in concorsi fotografici importanti a livello internazionale, tra cui il World Press Photo, e ha tenuto diverse letture portfolio, tra cui la “New York Times Portfolio Reviews”.

 

Intervista a cura di kublaiklan


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kublaiklan è un collettivo che realizza progetti curatoriali, educativi e di comunicazione in ambito fotografico. I membri (Rica Cerbarano, Francesco Colombelli, Laura Girasole, Aleksander Masseroli Mazurkiewicz e Marco Spinoni) si sono conosciuti nell'ambito del Festival internazionale di fotografia Cortona On The Move.